venerdì 5 luglio 2013

Del peccato e della vicinanza angelica

Leggo spesso commenti sui social network, o sento discorsi di persone durante incontri o semplicemente per strada, in cui si fa riferimento al fatto che non tutti sono degni di parlare con gli Angeli o di sentirne anche solamente la presenza. E ci si scandalizza addirittura quando si discute del fatto di poter parlare con Gesù.
La motivazione data a quest'affermazione è che chi è peccatore non può parlare con gli Angeli perché incapace di entrare in contatto con esseri così puri e spiritualmente trasparenti.
D'altra parte sin da piccoli hanno insegnato che chi è cattivo (peccatore) non è degno di accostarsi ai sacri misteri né tanto meno di poter avere la protezione degli Angeli e di Gesù. Ci sarebbe da rispondere subito che proprio perché gli uomini sono peccatori hanno bisogno della vicinanza di esseri misericordiosi.
Racconta il vangelo che: Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?». Gesù li udì e disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati.  Andate dunque e imparate che cosa significhi: 'Misericordia io voglio e non sacrificio'. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori». (Mt 9, 10-13)
Gesù, infatti, è venuto per i peccatori, perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza. (Gv 10,10).
Ma cos'è il peccato?
Partiamo con un esempio. A me piacciono molto i giochi che richiedono precisione: tiro con l'arco, freccette, biliardo, golf, bocce... . Sono tutti giochi in cui bisogna avere ben presente qual'è e dov'è il bersaglio, e cercare di centrarlo. Bisogna fare cioè una scelta e perseguirla.
Nella vita è lo stesso: dobbiamo avere ben in mente qual'è il nostro bersaglio, la nostra meta, il luogo verso dove vogliamo andare. È chiaro che stiamo parlando di vita spirituale, perciò non dobbiamo pensare al posto dove vorremmo andare in vacanza, ma alla scelta basilare, alla cosiddetta opzione fondamentale: riconosciamo l'esistenza di qualcosa che ci trascende? O pensiamo che tutto si risolva su questa terra nelle cose che vediamo e tocchiamo?
Una volta fatta questa scelta (Dio o il nulla) allora possiamo cominciare a parlare di peccato. 
Il viaggio della vita che compiamo ogni istante di ogni giorno ha come meta l'amore di Dio, nel suo duplice significato: conoscere l'Amore che Dio ha per noi, e farlo crescere riversandolo nei nostri fratelli.
Infatti come per un bicchiere, una bottiglia, un recipiente qualsiasi, se questo è pieno non può ricevere altro liquido, nello stesso modo non possiamo ricevere sempre nuovo Amore da parte di Dio se lasciamo stagnare in noi quello che abbiamo ricevuto. E come anche l'acqua più pura, se lasciata ferma, inutilizzata, alla fine farà la muffa e diventerà imbevibile, così l'Amore di Dio in noi, se non fatto passare oltre, perderà le proprie caratteristiche.
Dicevamo della vita.
L'abbiamo paragonata ad un viaggio. Un viaggio che ha una meta: la conoscenza di Dio; un carburante per il mezzo con cui ci muoviamo (la nostra anima): l'Amore di Dio; tanti bivi: le scelte che quotidianamente ci troviamo a fare, i bersagli che dobbiamo cogliere. 
E sono queste scelte che ci avvicinano o ci allontanano dalla meta.
Spesso, pur sapendo che fare qualcosa, o non farla, ci fa deviare dalla strada principale, decidiamo ugualmente per il sì.
Il peccato è proprio questa deviazione che facciamo dalla strada principale: diciamo   quando dovremmo dire no. Accettiamo di farci trascinare su sentieri sconosciuti, non illuminati dalla luce di Dio. È come se, di volta in volta, mancassimo il bersaglio.



Sappiamo che Gesù dice Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me (Gv 14,6) e ancora Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me (Gv 16,14). Solo lui, la sua parola vera, può guidare l'anima di chi vuol immergersi nell'Amore di Dio in questo viaggio continuo di purificazione.
Quindi pensate forse che chi ha peccato (e chi è che non pecca ogni giorno? chi è che non prende una deviazione pericolosa?) non sia degno di avere la guida di Gesù?
Proprio nei vangeli si legge che Gesù sbarcando, vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore, e si mise a insegnare loro molte cose. (Mc 6,34)!
E se questo è l'operare di Gesù, che avvicina chiunque, specie i peccatori, possiamo pensare forse che gli Angeli, messaggeri di Dio, non facciano lo stesso? Che chi pecca non sia degno di parlare con loro, di non avere la gioia della loro presenza costante?
D'altra parte è proprio la parola di Gesù, l'ammonimento degli Angeli, che ci fa capire che abbiamo peccato, abbiamo sbagliato strada; e ci riconducono sulla retta via.
Gli unici che non potranno avere questa gioia sono coloro che rifiutano completamente la parola di salvezza e scelgono di fare un'altra strada, di avere un'altra meta. Sono quelli che rifiutano l'Amore di Dio: per quelli, e solo per quelli, non c'è salvezza, non ci può essere vicinanza degli Angeli, perché loro stessi hanno fatto questa scelta, si sono chiamati fuori. Lo dice Gesù stesso: Perciò io vi dico: Qualunque peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non sarà perdonata (Mt 12.31).
Non sono gli Angeli ad essere cattivi, in questo caso, ma gli uomini a rifiutare la loro presenza.
Allora, c'è ancora qualcuno che pensa che se non siamo già santi non possiamo vivere con gli Angeli e con Gesù?

Juan Segundo







Nessun commento:

Posta un commento